Non era la primissima volta che andavo in India. Parliamo del 2000.
La prima era stata nel 1994, quando transitai per Dehli per poi andare a Kathmandu.
Però questa volta ero lì per rimanerci, almeno 2 anni.

Dopo aver finito il primo ciclo biennale del Master Program in Buddhiest Studies nell’eremo toscano, mi accingevo ad affrontare il testo che più mi interessava, Madhyamakāvatāra.
Tutto su sunyata, la vacuità minuto per minuto.
Era il concetto filosofico che mi aveva portata al buddhismo, nel lontano 1990, quando, piena di letture Castanediane su sciamani messicani che si trasformavano in corvi e attraversavano le roccie, mi ritrovai davanti a Lama Zopa, saggio tibetano che, insieme a Lama Yeshe, portò gli insegnamenti tibetani in Italia.
Quando Lama Zopa spiegò il concetto di vacuità io capii che era proprio quello che cercavo e non smisi più di cercarlo. La realizzazione della vacuità era ciò a cui più anelavo, l’unico mio vero interesse (dopo Bon Jovi, s’intende).

Ma il mio maestro, Geshe Jampa Gyatso, aveva deciso di scombinare le carte. Mi fece chiamare e mi disse che fare l’interprete di tibetano era la mia missione di vita, che sarei stata una fantastica interprete e che dovevo quindi accettare la borsa di studio che aveva chiesto ai centri di Dharma di darmi.
Io gli feci notare che avrei preferito rimanere e comprendere tutto sulla mia materia preferita, anche perchè i direttori dei centri di Dharma tutto mi stavano fuorchè simpatici e dipendere da loro mi avrebbe sicuramente creato problemi di stomaco.

Ma no, lui insistette. Disse inoltre, per convincermi, che avevano fatto i mo, divinazioni tibetane, lui e Lama Zopa, ed era venuto fuori che in India sarei morta.
Argomento molto convincente, devo dire.
Disse quindi che, per assicurarmi la sopravvivenza, avrei dovuto chiudermi in ritiro per almeno un mese a fare una pratica che avrebbe dissipato i rischi di decesso precoce in val di Kangra.

A quel punto, senza indugio, mi chiusi nella mia microcasetta monacale, visto che nel frattempo avevo preso il primo set di voti da monaca.

A fare cosa? Il ritiro di Mahakala. emanazione irata di Cenresig, la divinità della compassione.Compassione di me, probabilmente, e della mia flebile esistenza.
Mahakala mi stava molto simpatico, tutto blu e tondeggiante. E molto simpatiche mi stavano le sue 4 dakini, Lakshimi, Singali Rakshasi e Dvivi.
Mi procuravano sogni mirabolanti e risvegli commossi, nella titubante certezza che meditare su di loro avrebbe fatto sì di preservare i migliori anni della mia vita.

Uscita dal ritiro, durato 1 mese, parto, con una borsa di studio di 200 euro al mese. Direi che avevo fatto un affarone!

Direzione Lotsawa Rinchen Zampo Translator Program, la scuola per interpreti e traduttori di tibetano. Mcleod Ganj, Dharamsala, Himachal Pradesh, India del nord, quella sotto l’Himalaya.

Dopo qualche giorno fra treni, aerei e bus di una scomodità planetaria, approdo nel paesino che già mi aveva ospitato diverse volte. A questo giro però, visto che il planning prevedeva una permanenza lunga, bisognava trovare una casa seria!

Chiedo un pò in giro (niente airb&b) e vengo indirizzata verso un piccolo cortile molto vicino al monastero di Sua Santità il Dalai Lama, dove tutti i grandi guru tibetani hanno dimora terrestre. Bel rione, penso io. Ottime credenziali.

La padrona di casa, una simpatica tibetana di mezza età, mi accoglie con un the al burro e sale e inizia a leggermi passi della Bibbia. OK….qua sono sufficientemente strani per fermarmi, penso io.
Messo da parte il sacro libro, mi mostra le camere e mi fa scegliere quella che preferisco. Essendo tutte assolutamente uguali (una stanza e un bagno, punto) scelgo quella più vicina all’uscita in strada, nel caso esagerasse coi versetti.

Problemino: mancano riscaldamento e acqua calda. Che sull’Himalaya non sono proprio secondari….
Ci accordiamo che, con un congruo pagamento in anticipo, mi farà mettere sù un sacro boiler, ma per il termosifone niente da fare.
Così fù, fra lei che mi leggeva i pensieri dell’apostolo Matteo e di tal San Francesco d’Assisi e io che le decantavo le poesie di Nagarjuna e del quinto Dalai Lama. Scambi interculturali alla rovescia….

Arriva il gran giorno, quello in cui l’acqua calda scorre e io mi sento a casa. Le piccole-grandi cose che fan la differenza…

Mi sistemo a leggere sulla poltroncina con le spalle alla finestra, nella mia nuova stanza/casa. Vicino ai vetri aperti in modo da sentire l’arietta di montagna, vetri chiaramente intramezzati da solide sbarre di ferro per tener fuori mamma babbuino mentre figlio babbuino entra comunque e saccheggia la casa.

Leggo. Leggo. Leggo. E mi ritrovo una mano senza dita, ma piena di croste, vicino al mio naso.
Salto giù dalla sedia e mi guardo dietro. Una figura velata da cui fuoriesce una mano che le copre un pò il viso e un’altra che si protende verso di me, mi guarda in controluce.
Una giovane donna. Senza naso e senza dita. Che mi sorride e mi dice qualcosa che non capisco.
Ma improvvisamente, invece, capisco cos’erano tutte quelle tende rotte che avevo notato all’alba, mentre tornavo dalla circumambulazione del monastero: una tendopoli di lebbrosi.

E’ giugno! Mi sono trasferita in India a giungo del 2000. A giugno, il mese sacro per i buddhisti che festeggiano l’illuminazione di Shakyamuni. Il mese in cui si dice che ogni azione moltipichi i suoi risultati karmici per 100.000.
Il mese ideale per fare l’elemosina.
Il mese dove essere buoni ed elargire una rupia ti farà rinascere figlia di Angelina Jolie.

Per il periodo del Sakadawa, l’illuminazione, paranirvana e nascita del Buddha storico, il paese simbolo del buddhismo tibetano, dove vive il leader di tutti i buddhisti di tradizione tibetana, diventa un grande campeggio per i lebbrosi di tutta l’India.

E stormi di turisti-buddhisti diventano improvvisamente molto più generosi, essendo convinti di farlo soprtatutto per se stessi. La cosa mi ha sempre un pò rattristata.
Preferivo il pensiero di una generosità fine a se stessa, per il piacere di far star meglio un altro, ma poi ho pensato che è meglio una generosità interessata che una stronzisia gratuita.

Allungo 10 rupie all’apparizione in sari appoggiata alla mia finestra. Lei mi sorride, mi saluta gentilmente, e si ritira.

OM MANI PEME HUM