A 22 anni, dopo l’accademia teatrale e un paio d’anni nella compagnia stabile del teatro Dehon, dopo la mia clamorosa vittoria nella sezione giovani talenti di Viareggio con la canzone: “Il vermetto dei miei sogni: ho volato così tanto che non so più camminare”, titolo che Wertmuller spostati, decisi che era ora di fare il grande salto e di diventare una star del cinema! Me ne andai quindi a Roma, la mecca delle aspiranti attrici di enorme talento come me.

Trovai un appartamento in condivisione con 3 sconosciuti a San Giovanni, Via Pescara 12. Mi sistemai. La mia stanza aveva un balconcino che dava sul forno di una pasticceria…..cosa chiedere di più, la mia avventura romana partiva sotto i migliori auspici!

Era il 1994…..anno di tangentopoli….teniamo lì questa informazione….

Vado ovviamente a farmi il giro di qualche agenzia per artisti, ma alla terza che mi diceva che avrei dovuto, tutte le volte che uscivo, farmi una riga bianca al centro del naso e due marroni ai suoi lati per rimpicciolirlo, decisi che non avevo bisogno di agenzie. Ma io dico……

Così andai a Cinecittà e mi iscrissi per fare la claque. Da qualche parte dovevo pur cominciare.

Mi chiamarono subito per un programma su Telesanterno. Un pulmino ci prelevava in vari punti della capitale per portarci a Saxa Rubra, dove ci vestivano e ci truccavano come se dovessimo fare qualcosa di importante. Poi ci facevano sedere su dei gradini, con una pizzetta scaldata nel microonde la cui mozzarella si fondeva con il piattino di plastica, dando vita ad una scultura policromatica, e quindi via al programma, che nel cast vantava persino Alvaro Vitali, omino dolce del gotha dello spettacolo italiano.

Io ero fra il divertito e il perplesso, arrivando comunque da mesi di Nepal e India, dove andavo regolarmente negli anni 90, quegli anni in cui bastava nominare la parola “lavoro” per trovarne uno, per cui lavoravo 3 mesi e ne passavo 3 a Kathmandu, fra lama tibetani e guaritrici sciamane e via così tutto l’anno.

Quindi ogni tanto avevo dei notevoli sbalzi fra realtà parallele, ma anche quello faceva parte del gioco, onirico a dir poco.

Insomma, nelle infinite ore di preparazione pre programma, dove ci vestivano come quelle di Non è la Rai, io passavo il tempo a fare massaggini sulle spalle alle mie temporanee amichette e a canticchiare classici jazz con il trio che faceva gli stacchetti pre e post pubblicitari, tanto che il buon conduttore decise di darmi un upgrade e farmi partecipare agli stacchetti perfino facendomi annunciare la fatidica frase: e adesso….la pubblicità!

Una diva, insomma. Le mie nonne erano in visibilio!

I produttori del programma erano due registi bolognesi che stavano per girare un film nella mia città.

Andai ovviamente a fare un colloquio con uno dei due. Alle 2 del pomeriggio. A Roma. Ufficio deserto. Pause pranzo lunghine…. C’eravamo solo io e il tipo basso e tondo che, seduti su un divano, guardavamo le mie foto e valutavamo se il mio accento potesse essere sufficientemente bolognese per essere credibile. Mo soc’mel se lo era!

Mi scappa una notevole pipì e chiedo di andare in bagno. Mi viene gentilmente indicata una porta sù da una scala. Finita l’urgenza esco dalla porta in cima alla scala e mi ritrovo il tipo basso e tondo di fronte, giù dalla scala, in mutande rosse e calzetti blu, stile forza Bologna, che, con fare candido, mi dice: ho visto che fai massaggi, in studio. Fammene uno anche a me, ho la pasta di Fissan.

Non ebbi la parte.

Ci metto un pò per riprendermi dallo choc di come possa un essere umano fare una cosa del genere, e non parlo solo delle mutande rosse e dei calzini blu o della pasta di Fissan, nota malga anti-massaggio.

Dopo una settimanella mi accordo per seguire una mia pseudo amica a dei provini. Lei li conosceva tutti.

Fiera del mio nasone, entro in questa specie di garage (a Roma si fanno provini ovunque, mi assicura lei).

Un semicerchio di metà donne e metà uomini dove mi dicono avrei dovuto sedurre una/o a mia scelta. Mi approccio alla donna, mi imbarazza di meno. Penso che ci sta una scena di seduzione in un film, ma quando il regista mi chiede di tirare fuori una tetta, ripenso alle mutande rosse, ai calzini blu e alla malga di Fissan, e mi rassegno a non avere neanche quella parte.

Insomma, dopo aver capito che la politica finanzia il cinema e che durante tangentopoli gli unici film ad essere prodotti erano i porno, conscia della mia nulla vocazione al vibrare con la natura erotica fra sconosciuti seppur pagati, me ne torno nella mia bella Bologna.

Compro il primo biglietto per Kathmandù, ottimo luogo per riprendersi dai conati di vomito sostituendoli con debolezze intestinali causate però, almeno, da vermi non umani.

Mi trasferisco in monastero, con Lama tibetani intelligenti e divertenti, a meditare su esseri di luce che a Roma non ho mai incontrato.

Così finì il mio delirio di fama e la mia passione per il palco. Con la scoperta che tutto quello di cui avevo bisogno ero io, bastava trovarmi.