Capitolo surreale della mia vita.

Torno dall’India dalla quale, a quel punto, stavo scappando. Il Pakistan e l’India erano sul piede di guerra e sui cieli di D’hasa, svolazzavano allegramente cacciabombardieri in allenamento.

Il nostro insegnante di tibetano, un monaco inglese trapiantato nel piccolo Tibet (come viene chiamata McLeod Ganj per via dell’essere la principale colonia tibetana in India, poiché lì vive il Dalai Lama), si era licenziato perché non ammetteva ammutinamenti.
Avevamo smesso di andare a lezione, tutta la classe, perché era veramente molto aggressivo e, dopo 2 anni di eccessi comportamentali che a noi toccava sopportare più o meno silenziosamente, durante un esame orale, aveva violentemente aggredito verbalmente un nostro compagno, reo di essere irlandese.
La goccia aveva fatto traboccare il vaso.

E allora lui ci aveva imitato e aveva fatto sapere alla direzione che non sarebbe più tornato.

Io personalmente andai a parlargli chiedendogli di diventare un po’ meno aggressivo e di tornare, mancavano pochi mesi, in fondo. Se fosse riuscito ad essere semplicemente meno iracondo, avremmo finito l’anno e poi non ci saremmo più visti.

Lo convinsi e tornò, accompagnato da un mediatore danese chiamato dalla direzione.

Il mediatore danese….la Danimarca fornisce mediatori interculturali alle zone con alta densità di etnie e culture diverse per aiutarle a comprendersi e a trovare strategie di convivenza.

Ce ne vorrebbero ovunque, di mediatori danesi…

Chiamò le parti separatamente. A noi disse: “sono qui per aiutarvi a capire quello che volete davvero e ad ottenerlo. Cosa volete davvero?”

Un insegnante equilibrato. Volevamo solo un insegnante che insegnasse senza colpi di testa, senza aggressività, senza mettere zizzania ogni volta, senza fare la prima donna….un insegnante che fosse lì per insegnarci, non per usarci come bersaglio delle proprie problematiche psico-sociali.

Dopo poco l’insegnante monaco inglese diede le sue dimissioni definitive, lasciò i voti e si sposò una bionda inglese come lui con cui tornò nella sua amata Inghilterra.

E al suo posto arrivò una monaca australiana, giovane pupilla della scuola di dibattito di McLeod Ganj. Molto dolce, molto brava. Ma diede la sua disponibilità solo per poche settimane perché doveva prepararsi per gli esami finali e non aveva assolutamente altro tempo.

Dopo arrivò un simpaticissimo insegnante inglese, molto più relax del precedente inglese, e a cui gli irlandesi stavano simpatici. Studiavamo, ridevamo e suonavamo la chitarra. Ma anche lui poteva rimanere poco tempo, neanche lui poteva portarci fino a fine anno.

Allora arrivò un altro insegnante che decisamente non mi lascò alcun segno, non mi ricordo neanche di dove fosse perché a quel punto ero veramente stanca. Mancavano solo due mesi alla fine di quel benedettissimo corso, avremmo tranquillamente potuto finirla lì e andare ognuno nel proprio centro a iniziare la seconda parte del nostro impegno con la borsa di studio, quella dove, per altri 2 anni, avremmo tradotto gratis per gli insegnamenti dei centri che ci avevano sponsorizzato quei due anni di scuola; ma no, stavamo ricominciando dalle basi, dall’alfabeto, dalle declinazioni, dai cases….insomma, una perdita di tempo di cui, con i cacciabombarideri che ti sfilano sulla testa, puoi fare tranquillamente a meno.

Così chiamai Geshe Jampa Gyatso, il mio maestro, colui che mi aveva chiesto di accettare la borsa di studio che non volevo accettare perché volevo rimanere a fare il Master Program in Toscana.

Secondo lui io avrei dovuto fare l’interprete e seguire i lama tibetani dappertutto per tradurre gli insegnamenti.

Le divinazioni al riguardo dicevano che avrei rischiato la vita ad andare in India a fare la scuola, ma lui insistette, era il mio destino tradurre, diceva. E allora ho fatto 1 mese di ritiro di Mahakala per vedere di mettere le basi per sopravvivere all’ennesima avventura indiana.

Devo dire che è stata dura, fra il tifo, i ragni mangia-uccelli, i 10 gradi sotto zero senza riscaldamento, i branchi di cani rabbiosi, le pantere, i babbuini schizoidi e i monaci inglesi drama queen.

Ma ce l’avevo fatta, ero arrivata alla fine ed ero pronta per tradurre, per cui Geshe Là mi disse di tornare, che il mio tibetano era sufficientemente buono ed ero pronta ad esercitarmi a tradurre lui e gli altri maestri.

Ma prima che io avessi il tempo di parlarne con i miei finanziatori, la direttrice del Traslator Program comunicò loro che mi ero ritirata e loro andarono su tutte le furie. In un moto comune di assoluta incapacità di ascolto e di ragionamento, decisero che non mi volevano più vedere.

La cosa mi lascò basita, visto che io non ero scappata per andare a godermi le spiagge thailandesi, ma ero tornata lì a tradurre, addirittura prima di quanto pensassero, così come avevano appena fatto altri miei compagni di corso i cui centri erano entusiasti di vederli tornare e di metterli all’opera addirittura prima del previsto.

I centri italiani decisero che li avevo traditi e mi dissero che non mi avrebbero ridato la caparra di 2000 euro che avevo lasciato loro perché avevo rotto un contratto che stavano rompendo loro. Per fortuna, alla mia minaccia di andare dall’avvocato, miracolosamente mi tornarono i 2000 euro sul conto.

Mi dissero che avevano già abbastanza traduttori. Chissà allora perché mi avevano chiesto di andare a fare la scuola di traduttore. E chissà perché chiesero, subito dopo, ad un paio di tipe che avevano cominciato il master, di accettare una borsa di studio per andare a fare la scuola che io avevo appena finito.

Geshe là era molto triste, mi disse che non lo stavano ad ascoltare, che lui avrebbe voluto che io traducessi per lui, ma che per il mio bene era meglio se avessi lasciato il centro.

E così andai a New York, dove mi chiamarono a tradurre ed insegnare tibetano colloquiale ai corsi estivi che Tibet House e la Columbia University organizzavano ogni estate al Men La Mountains Retreate di Phoenicia, vicino a Woodstock.

A New York insegnai per 3 anni, mi sposai ed ebbi una bellissima bambina, prima di tornare, non so più bene perché, nel vecchio continente.

La morale di questa storia è:

  • l’abito non fa il monaco
  • non basta vivere nei centri di dharma per essere illuminati
  • non tutti coloro che hanno voti che richiedono l’ascolto al maestro, ascoltano il maestro
  • la bruttura si genera anche fra fratelli e sorelle di dharma
  • non ascoltare le ragioni dell’altro è da irragionevoli, ma accade
  • è inutile parlare con chi non vuole ascoltare
  • ti si chiude una porta, ti si apre un portone
  • avrei dovuto davvero fare l’interprete. Magari in un’altra vita.

Non amo l’autorità che non è qualificata ad avere autorità.

Sono un’indipendente che ama il dharma e diffida dei sedicenti praticanti.

Nella foto: lo Stupa fatto con le ceneri del mio maestro.