A 16 anni sapevo che volevo una figlia. E sapevo che saremmo state io e lei.

Di uomini intorno non ne vedevo.

Ero io, nel mio mondo, insieme a te.

Ti vedevo piccolissima, appena nata.
Ti sentivo, sentivo il tuo odore.
Sentivo l’energia che c’era fra di noi, ovattata, morbida, serena.

Così com’è stata quando ti abbiamo portata a casa per la prima volta.

Ho passato mesi solo a guardarti dormire, a guardare i tuoi risvegli, a vederti muovere, tentare di girarti e non riuscirci.

Ho passato mesi ad aiutarti a girarti, delicatamente, sentendo ogni punto di contatto fra le mie mani e il tuo piccolo corpo fasciato nelle tutine gialle e azzurre.

Mesi in cui tutto quello che succedeva era il manto della nostra energia che si espandeva e ci avviluppava.

La consapevolezza fisica di essere noi. Io e te. Amore.

Non conosco niente di più yogico di quei mesi.

O di quando ero fuori casa, tu cadevi e io lo sentivo.
E sentivo che mi chiamavi e tornavo subito a casa, ovunque fossi.

Io e te. Amore.

E siamo così, 16 anni dopo.

I tuoi 16 anni, in cui ti guardo e so che quando ti immaginavo, a 16 anni, nella mia camera-roulotte, non sapevo che sarebbe stato così bello.

Non immaginavo che la realtà potesse superare la fantasia.

In meglio.